La Guardia di Finanza di Agrigento sottrae a “Cosa nostra” beni per circa 75 milioni di euro

di Redazione

Accogliendo le richieste della D.D.A. di Palermo, il Tribunale di Agrigento  ha ordinato il sequestro di beni mobili ed immobili e di aziende nei confronti di tre appartenenti alla famiglia di Canicattì di  “Cosa nostra”. I provvedimenti di sequestro  arrivano dopo lunghi e complessi accertamenti patrimoniali eseguiti dalla Guardia di Finanza di Agrigento su delega, appunto, del Procuratore della Repubblica di Palermo. Nel complesso sono state sottoposte ad accertamenti patrimoniali 33 persone tra soggetti indiziati di appartenere a “cosa nostra”,  familiari, sodali, soci e prestanome.

La laboriosa e penetrante azione investigativa del Nucleo di polizia tributaria di Agrigento ha fatto venire alla luce un sistema complesso in cui i legami familiari, i rapporti affaristici di tipo imprenditoriale ed i vincoli di tipo criminale si sovrapponevano e si incrociavano ripetutamente tra loro. I legami esistenti tra i soggetti all’interno di “cosa nostra”, infatti, si riproducevano a livello parentale, trovando talvolta corrispondenza in legami di tipo familiare, e si riproducevano nei rapporti d’affari all’interno delle imprese mafiose.

La “polverizzazione” dei patrimoni mobiliari ed immobiliari, realizzata con ripetuti intrecci tra i vari soggetti, ha reso particolarmente difficile l’individuazione del patrimonio di cui ogni singolo soggetto disponeva, ma ha anche contribuito a creare un sistema criminale monolitico la cui solidità era accresciuta proprio dai vincoli familistici intrecciati con i legami di natura affaristico-imprenditoriale.

Gli approfonditi accertamenti hanno portato ad individuare un patrimonio molto ingente costituito da terreni di vaste estensioni, immobili residenziali di pregio, immobili industriali, società commerciali, imprese agricole, imprese di costruzione, mezzi agricoli ed industriali, autovetture anche di lusso, conti correnti e titoli mobiliari. Complessivamente, sono stati tolti alla disponibilità dell’organizzazione beni per un controvalore stimato circa 75 milioni di euro.

Una vera fortuna proveniente dalle attività illecite di “cosa nostra”, in possesso di soggetti già condannati per associazione mafiosa. Patrimoni che il Tribunale ha ordinato di sequestrare, affidandoli alle mani degli amministratori giudiziari che, d’ora in poi, ne cureranno la gestione per conto dello Stato.  La Guardia di Finanza, come dimostrano questi sequestri, occupa un posto di primo piano nel contrasto alla criminalità organizzata, soprattutto nell’individuazione delle imprese attraverso le quali le organizzazioni mafiose si infiltrano nell’economia legale mimetizzandosi nella società civile. In tale contesto operativo le indagini patrimoniali antimafia rivestono un ruolo strategico e rappresentano un presupposto necessario di ogni azione di aggressione dei beni della criminalità organizzata.  L’elevato tecnicismo di tali indagini esalta la specifica professionalità della polizia tributaria e contribuisce in maniera significativa alla realizzazione della sicurezza economica e finanziaria dei territori, che la legge affida in via esclusiva alla Guardia di Finanza. Per l’esecuzione dei sequestri sono stati impegnati oltre cinquanta finanzieri del Comando provinciale di Agrigento.

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