La croce di Casteltermini
La leggenda narra di un gruppo di vacche, al pascolo nelle terre del feudo Vaccarizio, che un giorno, durante il loro solito ruminare, all’improvviso iniziarono ad allontanarsi ed a dirigersi verso est fino al centro della campagna di Chiuddìa, dove, in un determinato punto, si inginocchiavano. Lo strano fenomeno non sfuggì al loro pastore, così come non gli sfuggì che ogni giorno, e per diversi giorni, le stesse vacche continuarono a recarsi nello stesso punto sul quale sistematicamente si inginocchiavano. Stupito ed incuriosito da tale comportamento, il pastore si recò nel punto che tanto sembrava interessare alle sue vacche e, d’istinto, iniziò a scavare.
Spostando le zolle di terra rimase letteralmente stupefatto da quello che trovò: un’enorme croce lignea, rozzamente lavorata ed assemblata. Appena poté riprendersi dallo stupore della scoperta, pensò al modo per estrarre la croce dal terreno. Decise di legarla alle sue vacche in modo tale che potessero trainarla ma, sbalordito, si accorse che non si spostava minimamente in nessuna direzione. Impotente, decise allora di recarsi presso i feudi vicini per raccontare lo straordinario evento in modo tale da ottenere l’aiuto necessario per liberare la croce e poterla infine collocare in un sito idoneo.
In tanti e da molti feudi si recarono nel luogo del ritrovamento e, estratta finalmente la croce, si decise di costruire su quella stessa terra una chiesa dove poterla conservare al meglio e renderla visibile ai fedeli. Fu così che si edificò l’Eremo di Santa Croce, che ancora oggi è la chiesa che la custodisce e che dista circa tre kilometri dal paese di Casteltermini.
Esami empirici hanno chiarito che la croce è di legno di quercia ed è costituita da tre tronchi, lavorati grezzamente, resi a sezione quadrata e uniti tra loro da tre chiodi di ferro. Le sue misure sono notevoli, essendo infatti alta 3,49 metri e larga 2,25, e presenta, inoltre, sulla sua sommità una piccola cavità rettangolare, usata per potervi inserire una custodia che in passato probabilmente conteneva una reliquia. Oltre alla leggenda appena narrata, che ne descriverebbe il singolare ritrovamento, vi è anche un’altra sorprendente curiosità che riguarda la croce di Casteltermini. Tale oggetto infatti, così come chiaramente si può immaginare, ha da sempre attirato l’attenzione di numerosi studiosi, i quali si sono interrogati sulla sua origine e sull’età che potesse avere. Sulla stessa croce, nel corso dei decenni, sono state effettuate molte analisi, la più importante delle quali risale al 1984 e fu realizzata a cura del prof. Francesco Lo Verde, il quale, in quella occasione, si rivolse al laboratorio dell’Istituto Internazionale per le Ricerche Geotermiche di Pisa, che opera in sinergia con il Consiglio Nazionale delle Ricerche (il CNR) e che risulta essere, da sempre, il laboratorio scientifico più importante d’Italia e tra i migliori d’Europa. Ebbene, per stabilirne scientificamente l’età, un frammento di legno appartenente alla croce è stato analizzato col metodo del carbonio 14 ed i risultati ottenuti sono stati a dir poco strabilianti: è stato infatti accertato che il legno col quale la croce in questione è stata assemblata, fu ottenuto da una quercia tagliata nell’anno 12 d. C., dato al quale va aggiunta un’approssimazione massima di 70 anni, che quindi, nel peggiore dei casi, collocherebbe il legno usato nell’anno 82 d. C., ovvero il primo secolo dell’era cristiana. Quest’ultima circostanza, inoltre, è da associare all’ipotesi che la croce, verosimilmente, non sia stata realizzata utilizzando legno vecchio di secoli ma, al contrario, appena tagliato o reciso al massimo nei mesi o negli anni immediatamente precedenti, quindi sempre in pieno primo secolo a. C. Tali dati quindi, sostenuti da un metodo scientifico ed indiscutibile unito al ragionamento suesposto, la rendono unica, in quanto quella di Casteltermini risulterebbe essere la croce paleocristiana più antica che si conosca al mondo, non esistendo infatti reperti di questo tipo aventi un’età più antica provata e certificata. Ma i misteri legati alla croce di Casteltermini non si esauriscono qui. Infatti, il tronco verticale, all’altezza del chiodo centrale che lo unisce col tronco orizzontale, è segnato da due profondi tagli longitudinali che rendono poco chiare le incisioni ivi presenti, delle quali, però, oggi appare ormai svelato il significato. Vi è infatti una prima scritta, costituita dal celebre I.N.R.I., ovvero Iesus Nazarenus Rex Iudaeorum (Gesù Nazareno Re dei Giudei) ed una seconda, così scandita: P.M.H.L.S.D.P.C.N., ovvero, secondo la suggestiva ipotesi formulata da Vincenzo Gaetani nel 1890, Pro Martyribus Huis Loci Saeviente Decii Persecutione Cruce (“ai martiri di questa terra morti in croce durante la persecuzione di Decio”), nulla precisando circa il significato della finale lettera N. Sembrerebbe infatti che la croce, già realizzata almeno due secoli prima, possa essere stata usata come strumento di martirio durante la persecuzione contro i cristiani che l’imperatore romano Decio avviò nella metà del III secolo d.C. e che gli stessi cristiani che abitavano le terre dove poi fu fondato il paese di Casteltermini abbiano in seguito deciso di seppellirla lì per tentare di obliare quel drammatico periodo di oppressione. Secondo un’altra ipotesi, invece, tale anagramma andrebbe tradotto con la frase “di sua mano questo legno il sacerdote don Paolino Chiarelli scolpì”, completata dalla scritta IN ANNO DOMINI V ind 1667, ovvero “nell’anno del Signore, quinta indizione, 1667”.
La fama della croce di Casteltermini attirò l’attenzione e stimolò anche la curiosità del famoso antropologo Giuseppe Pitrè, il quale nel 1875, all’interno della sua opera Fiabe, novelle e racconti popolari siciliani, scrisse, a proposito del suo leggendario ritrovamento, che scavannu scavannu, truvaru ‘na cruci, ch’ancora esisti nni la chiesa di Santa Cruci, e c’è un scrittu chi nun si pò lejiri da nisciuna pirsuna.
Probabile fu anche l’uso che nel XVII secolo ne fecero i baroni locali, come strumento dal fascino religioso finalizzato ad attrarre nel nuovo borgo di Casteltermini il maggior numero di persone, in tal modo acquisendo maggiore potere politico ed un più incisivo prestigio sociale all’interno del parlamento siciliano. Ma, pur in presenza di tali ipotesi e di tali dati, ancora oggi la croce continua ad evocare suggestive leggende ed arcani enigmi e ad essere avvolta da un affascinante alone di mistero, che la nota festa locale del Tataratà, con la sua danza di ringraziamento e di prosperità, tra venerazione e celebrazione, evoca ogni anno.











