Le “Dittologie Congelate” di Federico Li Calzi
Federico Li Calzi si presenta ai suoi tanti lettori ed estimatori forte di un significativo consenso di critica e di pubblico, confermato soprattutto dai numeri che nel tempo hanno caratterizzato l’accoglienza della sua prima opera letteraria, “Poetica coazione”: in cinquemila hanno, infatti, già scaricato gratuitamente la sua raccolta di poesie e sono dodicimila gli internauti che hanno visitato il suo sito internet.
Risultati lusinghieri per il giovane ma già apprezzato poeta di Canicattì, il quale sta per dare alle stampe la sua seconda raccolta di liriche, “Dittologie Congelate”, opera che si preannuncia come il risultato della naturale evoluzione della sua poetica. In esclusiva per i lettori di perlacitta.it, abbiamo incontrato l’autore che ci ha raccontato la genesi e le peculiarità del suo nuovo lavoro.
Ciao Federico, la tua prima prova letteraria, “Poetica Coazione”, è uscita nel 2009 e, da allora, miete successi di critica e di pubblico. È, invece, notizia di questi giorni l’uscita della tua seconda raccolta di poesie, “Dittologie Congelate”. Un titolo decisamente insolito ma, allo stesso tempo, intrigante e affascinante: che origine ha?
Il termine “dittologia” in retorica significa “congiunzione di due vocaboli simili nel significato e complementari”, e risponde alla tecnica dell’amplificazione. Le dittologie, molte volte, vengono rese “fisse” (congelate) dall’uso, possono attirarsi per allitterazione, essere in gradazione o l’uno essere variante metaforica dell’altro, come nel verso “vivo e vegeto/ senza garbo né grazia”. Le numerose tecniche di amplificazione presenti in quest’opera mi hanno fatto pensare a questo titolo.
Gli archetipi, vero e proprio filo conduttore tra tutte le liriche presenti in “Dittologie Congelate”, sono individuabili in temi ben precisi, quali l’incomunicabilità, il ricordo, il rimpianto e la nostalgia, che sembrano essere stati presi in prestito dalla poetica esistenzialistica dei primi del Novecento ma che hai efficacemente traslato in un’ottica d’avanguardia, oserei dire quasi astratta…
Ti ringrazio per la domanda, che trovo interessante soprattutto riguardo ai temi delle “Dittologie Congelate” che hanno riferimenti alla poetica esistenzialistica del Novecento. Ma io direi anche che gli archetipi di questa opera affondano le radici in un tempo remoto, sono nati nel momento stesso in cui l’uomo ha sentito la necessità di scrivere, di comunicare, di trasferire sulla carta i propri sentimenti, i propri dissidi. Sono i temi ancestrali che appartengono all’esistenza dell’uomo/artista, sono quelli innegabili e classici che ha vissuto ogni anima di ogni tempo, che non potranno mai estinguersi se non con l’uomo stesso. Ho puntato ad un modo di scrivere ellittico, scorciato, quanto più possibile privo di aggettivi, con doppi sensi e controsensi. Diceva Pavese che “la modernità sta tutta nel senso dell’irrazionalità”: ho voluto, quindi, creare un’opera di simbolo.
In “Dittologie Congelate” hai lavorato molto sulla forma, più lineare rispetto alla tua prima pubblicazione ma frutto di un’accurata e approfondita ricerca esegetica che ti ha portato a individuare ulteriori e più recondite sfaccettature del tuo stile. Vorresti parlarcene?
Sempre Pavese diceva che “uno scrittore che non distrugge costantemente il suo stile, la sua tecnica, è solo un poveretto”. Finita un’opera ci si propone di rinnovare lo stile non il contenuto, la forma non i sentimenti, proprio perché è nella forma e nello stile che si avverte la stanchezza. Rinnovare la forma nelle mie poesie nasce da un’esigenza dettata da un ritmo che dentro mi tormenta. Questo ritmo si modica con il passare del tempo e a seconda del mio stato d’animo. Mi basta seguire questo ritmo, a volte, per vedere nelle poesie un brio musicale nuovo. Logicamente, in questa scoperta, ciò che scrivo al momento è cieco: se mi è venuto bene posso capirlo soltanto dopo, ritornandoci. In definitiva, non si può conoscere il proprio stile ed usarlo, se ne usa uno preesistente che viene plasmato dal nuovo ritmo, dallo stato d’animo o da quello che abbiamo da poco vissuto. Ricerca di forma significa consumare i cattivi stili adoperandoli, diversamente si rischia di scrivere delle poesie stanche.
Sei un autore dal rigoroso “senso dell’esercizio poetico”. Come nasce nel poeta Li Calzi l’esigenza lirica che poi si fonde nella scrittura sotto la penna?
Non sono solo motivi esistenziali o sentimentali a spingermi a scrivere ma il bisogno estetico di forma, l’esigenza di raccontare quel mondo mitico e fantastico che appartiene ad ogni persona, rappresentato dal nostro passato e dalla nostra infanzia, le pulsioni ancestrali che fanno parte di noi e della nostra natura. Istintivamente non ho mai amato quei poeti sentimentali, dalla scrittura semplice, coloro che scrivono una pagina solo per sfogare una loro piena. Mi hanno sempre affascinato, invece, quei poeti la cui passione e il cui sentimento si evincono nelle loro accettazioni da rendiconto, coloro che posseggono un linguaggio istituzionale: mi riferisco ai grandi teorizzatori dell’arte, come Dante, Shakespeare, Stendhal e Baudelaire, fino ai contemporanei Sanguineti, Zanzotto e Frasca.Ovvio dire che oggi non avrebbe senso scrivere copiandoli, si produrrebbe solo un’opera arcaica. Solo un esercizio poetico protratto negli anni può creare uno stile levigato, lavorato, complesso.
Potresti anticipare ai lettori qualche progetto futuro al quale stai lavorando?
Sì, sto lavorando ad un romanzo. Questo mi pone delle sfide molteplici e diverse, dovrò affrontare una nuova tecnica di scrittura. L’esercizio poetico protratto negli anni mi ha abituato ad un modo di scrivere sintetico e asciutto: ho acquisito la “deformazione” d’ essere sintetico. Nel romanzo bisogna, invece, assumere un tono colloquiale e discorsivo. Per questo, credo che la pubblicazione di questo romanzo non avverrà a breve, ma solo dopo aver raggiunto lo stile e la tecnica desiderati.











