A Portella della Ginestra cominciò la strategia della tensione. Terra bruciata all’Autonomia Siciliana tramite le bugie su Salvatore Giuliano
La famiglia Giuliano e altre attendibili fonti hanno sempre sostenuto che tra il “bandito” di Montelepre e Li Causi ci sono stati degli incontri prima e durante la campagna elettorale regionale del 20 aprile 1947. Arrivarono ad un accordo. Li Causi avrebbe fatto convergere sul candidato appoggiato da Giuliano, il proprio avvocato Antonino Varvaro, MIS DR (una costola del MIS Ufficiale) i voti dei comunisti indipendenti. In cambio Turiddu si sarebbe accollato le spese elettorali.
Tale accordo non funzionò, nel senso che Varvaro (confluito nel 1953 nel PCI dove fu eletto deputato per tre legislature consecutive) pur avendo ottenuto circa 19.000 voti nelle zone “controllate dal bandito” non ebbe gli altri consensi promessi da Li Causi, determinando la sua non elezione. Lo scopo di far eleggere Varvaro era quello di far includere Giuliano e i suoi uomini nell’amnistia per i reati politici e militari firmata dal ministro della Giustizia Palmiro Togliatti. Egli infatti ne era stato escluso, con altri quindici compagni a seguito di una denuncia fatta ai carabinieri da Salvatore Ferreri, alias Fra’ Diavolo, che era stato spinto a far parte della banda Giuliano dal famigerato Capo della Polizia Ettore Messana, di cui divenne il confidente.
Fra’ Diavolo era presente nella fattoria dei fratelli Genovese, tre giorni prima della strage, quando Giuliano comunicò ai suoi che dovevano andare a Portella il primo maggio per la festa dei lavoratori. Di questo informò subito Messana, il quale, a detta di tanti storici, sapeva ciò che di terribile si stava preparando per quell’occasione. L’inaspettata presenza del bandito chiuse il cerchio per far ricadere la colpa dell’eccidio sul ragazzo di Montelepre (aveva 24 anni). Il giorno successivo alla strage, Messana disse a Li Causi che ad uccidere fu Giuliano, ma il parlamentare comunista gli domandò: “E lei come lo sa?” senza ottenere risposta. Un mese dopo la strage Fra’ Diavolo e altri quattro furono attirati in un agguato dai carabinieri della stazione di Alcamo e uccisi a bruciapelo per tappargli la bocca. Rimase vivo solo il Ferreri che, portato in caserma, mostrò un lasciapassare dell’ispettore Messana. Ma il capitano Giallombardo, minacciato di essere denunciato, lo uccise con un colpo di pistola.
Il classico modo di tappare la bocca a chi sapeva. Questo episodio dimostra che anche tra le forze dell’ordine (polizia, esercito e carabinieri) esisteva una latente rivalità per la cattura di Giuliano. Ma torniamo a Li Causi. Si era diffusa la notizia che il capo dei comunisti siciliani doveva tenere un comizio a Portella della Ginestra, quel primo maggio 1947. Portella era un simbolo, un luogo che da sempre, tranne durante il fascismo, aveva ospitato la festa dei lavoratori. Giuliano si organizzò con altre dodici persone e quella mattina prese posizione, proprio a Portella, sul monte Pizzuta, sul quale salì per circa cento metri, alle spalle dell’oratore dal quale lo dividevano oltre 400 metri. Il suo scopo era solo e soltanto il poter catturare Li Causi per sbugiardalrlo davanti a tutti facendo decidere la sua sorte alla gente convenuta.
L’ordine di sparare in aria prima e a venti metri da terra dopo verso la folla fu, come lui stesso ebbe a dichiarare, uno “spauracchio” per creare panico e poter bloccare l’importante ospite. Non si tratta di un semplicistico revisionismo né tanto meno di un tentativo maldestro di beatificazione di chicchessia. Ormai le conoscenze apprese negli anni stanno ricomponendo un puzzle volutamente depistato e nascosto dallo Stato di allora. La verità deve essere ricercata e appurata in tutta le vicende successe in Sicilia negli anni 43-50. I familiari delle vittime di Portella hanno più volte chiesto la revisione del processo di Viterbo che addossò al solo Giuliano la responsabilità di quella strage. Ma la Storia comincia a pensare che quella fu una “STRAGE DI STATO” organizzata e pianificata nei minimi particolari per coprire i veri colpevoli e veri i mandanti. Tutto per impedire alle sinistre di andare al governo. Giuliano fu accusato ufficialmente due mesi dopo la strage a seguito di false dichiarazioni estorte con la tortura a certo Francesco Gaglio, detto “Reversino”. I 75 arrestati furono rimessi in libertà e tra di loro c’erano i sei che avevano sparato e ucciso le 11 povere vittime.












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