Marco Zambuto, sindaco in solitudine
Zambuto dice di essersi, negli ultimi quattro anni, sacrificato, con lui e da più tempo gli agrigentini, che sembra abbiano fatto il callo alla bassa qualità di vita della loro città.
Il giovane sindaco si apre e ci fa conoscere gli aspetti, anche emotivi delle sue scelte, alcune delle quali dannose alla sua stessa popolarità.
Zambuto può ben vantarsi di essere stato, almeno, all’inizio del suo mandato il sindaco più popolare della storia della Città dei templi.
“Uno di noi” che nel maggio 2007 vinse la coalizione formata da Fi, Alleanza Nazionale, Udc, Mpa, Nuovo Psi, Pri, Italiani nel mondo e la lista civica “Ama Agrigento”. Incarnò una sorta di antipolitica e l’occasione per gli agrigentini di presentare il conto al centrodestra che da sempre ha governato Agrigento.
E’ stato da non pochi votato più per dare una lezione e a fare arrivare un chiaro messaggio ai potenti della politica, che per essersi convinti sul suo programma elettorale.
Per non essere identificato nella sinistra, si inventò la formula della politica “al di sopra dei partiti”.
Poi da “al di sopra” scese a livello e anche sotto i partiti politici. Le sue scelte determinarono la fine della prima giunta e l’inizio del calo della sua popolarità.
Noi abbiamo voluto scavare dentro le ragioni delle sue decisioni, non ritenendolo uno sprovveduto kamikaze.
“Vorrei premettere – ci dice Marco Zambuto – che è sotto gli occhi di tutti la crisi mondiale che interessa ciascuno di noi. Nel disastro mondiale e nazionale i Comuni italiani, nonostante la riforma costituzionale del 2001 si proponesse il nobile intento di metterli al primo posto nella scala d’importanza, in realtà non hanno ricevuto risorse finanziarie sufficienti per far fronte alle necessità quotidiane dei cittadini. Alla forma non è seguita la sostanza.
La mia esperienza di sindaco si pone dentro e non fuori da questo quadro. Vengo eletto, infatti, in un momento storico unico per la Penisola italiana, quando il malessere irrompe nelle case degli italiani. Liberi professionisti, imprenditori, pensionati, operai si trovano tutti davanti alla morsa di una crisi che sembra inghiottirli velocemente e molte aziende sono costrette a chiudere licenziando i lavoratori.
A fronte degli anni di benessere vissuti nei decenni precedenti, dal 2000 in poi, il malessere pervade tutti i campi. Nessuno escluso”.
Più buio di mezzanotte non può fare e da noi era già mezzanotte prima della crisi mondiale. Marco Zambuto ha promesso, per restare in tema, l’alba.
“Nel 2007 – continua il sindaco di Agrigento – presi atto, appena una settimana dopo il mio insediamento, dell’esistenza di un debito accertato di 40 milioni di euro, più 10 milioni di debiti fuori bilancio. Due le alternative: dichiarare il dissesto finanziario del Comune di Agrigento oppure tagliare ogni spreco e cercare di ripianare la situazione finanziaria, anche attraverso l’intervento di fondi da parte del governo nazionale e regionale.
Ho scelto la seconda strada perché mi sembrava doveroso per i cittadini amministrare e non fuggire dal peso del fardello che mi attendeva. Sarebbe stato molto semplice liberarmi da ogni responsabilità e, anche da un punto di vista squisitamente umano, avrei alleggerito notevolmente il mio carico . Avrei potuto benissimo dire: “cittadini, grazie di avermi eletto” .
Purtroppo la situazione finanziaria trovata al Comune di Agrigento al momento dell’insediamento non consentiva una normale gestione della cosa pubblica ma un intervento straordinario che risanasse i debiti.
Anzi furono tante le persone che mi consigliarono nei primi mesi del mio mandato di lasciare l’amministrazione al suo naturale esodo: quel dissesto che l’avrebbe portata al blocco totale di ogni attività.
Da quel momento risanare il bilancio per me costituiva l’obiettivo prioritario. L’unica sfida madre di tutte le battaglie per me era recuperare un equilibrio tra entrate e spese. Certo non potevo indebitare ulteriormente il Comune. Sarei stato più popolare se lo avessi fatto.
Le strade percorribili erano due e furono quelle poi da me adottate: da un lato tagliare i consulenti, gli esperti, l’auto blu, ridurre le indennità della mia carica e di quella degli assessori. E tutto questo senza aumentare di un soldo le tasse gravanti sui cittadini. Dall’altro chiedere aiuti alla nostra classe dirigente, quella che ci rappresenta a Roma, a Palermo e a Bruxelles. Mi resi conto dell’importanza di interlocutori che aiutassero la mia città a risollevarsi dalla cattiva sorte. E da qui l’andirivieni Roma Agrigento, Palermo Agrigento, un viavai senza fine per cercare fondi economici, risorse, aiuti di ogni genere pur di far qualcosa per un Comune al collasso.
Bussai alle innumerevoli porte del potere politico senza mai chiedere nulla di personale, con il solo e unico obiettivo di aiutare Agrigento. Non ho mai negoziato vantaggi personali, per i quali sinceramente, mi sarei risparmiato di chiedere aiuto.
Ebbene, mi sono trovato a dover fare i conti con una classe dirigente distante fin troppo dalle necessità degli Agrigentini, condizionata da un grande dubbio che aiutare Agrigento potesse significare darne merito al sindaco “al di sopra dei partiti”. Dunque, troppo poco conveniente. Rischioso per le stanze della politica. Anzi, meglio non aiutarlo questo sindaco giovane che poi ci può essere di ostacolo e ce lo ritroviamo in mezzo.
Porte chiuse, sbarrate, fondi mai stanziati, aiuti mai arrivati, anzi una campagna denigratoria appositamente studiata per danneggiare l’immagine di un sindaco che fin troppo ha lavorato per la propria città”.
Sono massi che Marco Zambuto lancia sull’ex Ministro di Giustizia e sulla deputazione agrigentina del centrodestra.
“Ciononostante – continua nel suo sfogo – con il solo semplice fatto dei tagli, senza ricevere alcunché da nessuno, e senza disturbare le tasche dei cittadini, riesco a risanare il debito. E ciò può ben evincersi dal risultato ottenuto. Da 40 milioni più 10 di debiti fuori bilancio, oggi siamo a meno 15 milioni. Cioè il Comune di Agrigento a breve tornerà ad un equilibrio di bilancio. Il Comune sarà in grado di spendere le proprie risorse finanziarie per tutte le esigenze. Spendere significa esattamente come avviene in una famiglia. Se un padre di famiglia guadagna 2000 mila euro netti al mese e ne ha a disposizione 500 euro non potrà permettersi se non le spese essenziali. Se, invece, su 2000 mila non ha nessun debito, l’equilibrio di spesa sarà normale.
Siamo arrivati al traguardo.
Seppure l’emergenza finanziaria si sia scontrata con l’emergenze rifiuti, con la quale mi sono confrontato ogni giorno e ogni volta risolvendola nel più breve tempo possibile. E con l’emergenza sociale”.
Denuncia la sua solitudine e non solo. Dice di avere bussato a porte che “colpevolmente” non si sono aperte per aiutare Agrigento.
Lo dice e lo ribadisce.
“Mi sono trovato ad affrontare non solo le mire della gente senza disponibilità economiche, ma anche degli uomini politici che non avendo fatto nulla mai per il proprio territorio devono per forza di cose spararti addosso. Le responsabilità si scaricano ai sindaci, l’anello più debole della catena di montaggio che è il nostro sistema. Soggetto meno protetto, soldato in trincea di un esercito senza comandanti.
Il fatto di caricarmi tutto il peso della città di Agrigento sulle mie spalle ha comportato un carico fisico e psicologico fin troppo evidente al quale non ho voluto mai esimermi. In questi anni di battaglie per garantire i servizi ai cittadini si è visto in me la mia carica, seppure dentro di me ci sia un uomo, una persona che ha rinunciato alla sua vita privata.
Ho rinunciato alle cose semplici e normali della vita, orgoglioso di servire la città senza mai tradirla. Ho rispettato a pieno il patto stipulato con Agrigento.
E per il bene di Agrigento ho cercato alleati. Pagando prezzi elevatissimi”.
Marco Zambuto ammetterà che ci sono stati cambi di rotta, poco chiari nel suo percorso politico. E’ stato eletto come il paladino nella crociata contro i partiti politici, avendo lasciato l’Udc e la carica di responsabile provinciale prima della sua candidatura, per vederlo nel Popolo delle libertà “elettore” di Silvio Berlusconi a segretario nazionale.
“Il guaio è che – conclude il sindaco – siamo abituati ai politici in cerca di carriera. E siamo fin troppo abituati a vedere nel politico chi aiuta uno e non tutti, chi fa il bene di un individuo a scapito degli altri, chi deve aiutare me e non te. No, nella mia politica, c’è e c’è stato l’interesse collettivo e forse per questo potrò passare alla storia per “impopolare”.
Ma così intendo la politica perché se uno solo si avvantaggia non si cresce, se tutti crescono la città intera ne trae beneficio. La verità è che in questi anni mi son dovuto confrontare con una classe dirigente molto lontana dall’essere una squadra o da un esercito di uomini pronti a promettere al popolo, solo per ottenere vittorie personali, assolutamente lontani dai cittadini, dalla Sicilia.
Solo carriere e poltrone, e per me risulta estremamente demotivante misurarsi ogni giorno con questa politica.
Fare i conti con questo egoismo è stato faticosissimo, ma sono stato sempre convinto che non vi sono alternative al nuovo modo di intendere l’impegno politico.
Il coraggio di cambiare è diventato ogni giorno la forza di resistere.
Penso che oggi tutte le forze politiche rappresentino delle grandi debolezze”.












Caspita!Veramente triste… e a tratti commovente! Se fossi in lui non mi ricandiderei a Sindaco! Ah ah ah