La bellezza di un patrimonio o di una cultura non è un baluardo contro la barbarie

di Salvatore Pezzino

Se l’occasione per discutere dell’assetto urbanistico di una città rimanda, in maniera più ampia, alla costruzione del futuro della stessa, è arrivato il momento che il tema della bellezza sia incluso nell’agenda della politica. D’altro canto, l’uomo da sempre è affascinato dalla bellezza.

E se questo vale per ogni realizzazione di carattere estetico, interpretando le dimensioni simboliche della vita, vale, a maggior ragione, per quelle realizzazioni che condizionano l’ambiente umano, le cui conseguenze sull’uomo sono evidenti e se ne ha una riprova dolorosa nei contesti del cosiddetto degrado ambientale.

In questa fase è opportuno che la città si ritrovi in un percorso di lavoro e all’interno di un processo di miglioramento continuo che dipende dal grado di partecipazione e di condivisione della comunità locale, a tutti i livelli e in tutte le forme presenti.

E’un processo che richiede di fissare obiettivi di sostenibilità economica, sociale, culturale, ambientale e istituzionale.

Un processo che deve essere necessariamente guidato da una politica che deve recuperare il potere di agenda: cioè di fissare gli argomenti delle materie su cui intervenire e decidere.

Tutto questo risulta indispensabile per evitare di vanificare le possibilità attuative, le risorse profuse e deludere, ancora una volta, le aspettative della cittadinanza.

Questa premessa serve a richiamare l’attenzione sull’imminente seduta del Consiglio di Stato che dovrà pronunciarsi sull’eventualità di costruire un impianto di rigassificazione nelle vicinanze della mitica Valle dei Templi.

Un progetto opportunamente avversato dall’Amministrazione comunale di Agrigento e inviso a gran parte della popolazione locale.

Una opposizione legittima, che tiene conto del fatto che parte rilevante del territorio della città è stato riconosciuto Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO. Un risultato che ha premiato le politiche di valorizzazione fin qui condotte.

Un’opposizione obbligata perché c’è un momento in cui si deve definire l’idea di città per il futuro e nel contesto di un sereno ed approfondito confronto vanno raccolte opinioni di interlocutori privilegiati sul futuro del territorio.

Ci sono molte ragioni che sollecitano l’Amministrazione comunale ad intraprendere un percorso, impegnativo, innovativo sul piano della concezione e del metodo, esigente  e condiviso perché la città deve potere guardare al futuro con una intenzione e una capacità anticipatoria.

In sintesi, dovrà emergere chiaramente una prima, necessariamente complessa, convergenza verso alcune possibili vocazioni urbane. Vocazioni che dovranno esprimere le polarizzazioni ed i punti di contatto emersi dal confronto.

Per fare questo, bisogna scegliere di valorizzare e rendere attuali le proprie identità e le proprie vocazioni. E di valorizzarle attraverso un processo partecipativo, negoziale, in grado di dare risposte convincenti ad una domanda di ispirazione sul futuro lontano; ma anche ad una domanda di concretezza, dove alle prospettive di uno sviluppo condiviso corrisponda una assunzione diffusa di responsabilità.

E proprio sul terreno della concretezza che va misurato il valore di un eccezionale giacimento culturale e paesaggistico come quello ereditato e che oggi si vuole deturpare.

Il celebre, drammatico interrogativo di Dostoevskij – la bellezza salverà il mondo? – conferma che i dubbi non possono mancare, perché, come ricorda Nadir Mohamed Aziza, poeta tunisino, “La storia ci ha più volte insegnato che la bellezza di una tradizione, di un patrimonio o di una cultura non è un baluardo contro la barbarie e le distruzioni”.

Oggi come ieri. Allora la bellezza, da sola, non può salvare il mondo. “E tuttavia – sostiene Aziza -essa potrà parteciparvi enormemente”.

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