Legalità
Giuseppe Alonge
In questi giorni i mass media, dopo la cattura di Gerlandino Messina, stanno vivisezionando la realtà sociale agrigentina per capire le ragioni della illegalità, ormai diventata modus-vivendi di ampi strati di popolazione. Ci è capitato spesso, nelle chiacchierate tra amici, di sentire che tutto è mafia, è violenza, illecito.
Per la verità le cose non sono molto dissimili da come appaiono. Tra il lecito e l’illecito c’è una linea di demarcazione così labile e sottile che anche i più ligi alla legge e al dovere spesso si trovano a sconfinare nella illegalità. Modi di fare che vengono da lontano, culture di subalternità e sottomissione che al momento opportuno esplodono in violenze, rivincite e ripicca nei confronti di qualcosa e di qualcuno che magari non si conosce.
Stiamo seguendo da lontano i preziosi interventi dell’Onorevole Brandara sull’argomento ma ci lascia perplessi il titolo del GdS del 28 Ottobre 2010: “PSICOLOGI, INIZIA LO STUDIO DEL DNA DEGLI AGRIGENTINI”.
Abbiamo avuto un sussulto di paura perchè ci fa pensare che se anche il DNA è compromesso, allora non c’è più speranza, allora è tutto finito, siamo e resteremo gli eterni dannati della terra. Comunque pensiamo che non sia proprio così. Ricordo che nei nostri primi approcci con la psicologia sia come studente che come docente ci colpì quella bella disquisizione sugli ambientisti e sui genitisti. Per i primi è l’ambiente che forma l’uomo, per cui spesso si dice che l’uomo è figlio del suo ambiente. Per i genitisti, invece, il carattere, la personalità, il modo di fare e di agire sono un fatto ereditario. Fui colpito da un aneddoto semplice e significativo.
Un tempo in un regno immaginario la regina non poteva dare un erede al trono, dopo inutili tentativi esperimenti ecc….. a Corte decisero di fingere una gravidanza che venne annunciata ai sudditi con enfasi come si fa in questi casi e così cominciarono a contare i giorni. Al nono mese in punto presero un neonato della peggiore suburra del reame figlio di madre e padre “delinquenti”, il padre oltre che sifilitico era anche alcoolizzato e lo misero tra le braccia della Regina. Passarono gli anni e il giovane Principe avendo assimilato le cadenze, la cantilena, il modus vivendi del futuro Re, sbalordì anche la Corte. Qualcuno fece notare distrattamente che non somigliava nel colore dei capelli, nella forma del viso, nella statura, né ai nonni né tanto meno ai genitori.
Un figlio di un Re al contrario, appena nato, fu inserito in una famiglia numerosa della più squallida suburra e nel giro di qualche anno all’età di tre-quattro anni, era già in grado di procurarsi da mangiare rubando a destra e a manca, sopportava il freddo, il caldo, camminava a piedi nudi come tutti gli altri di quell’ambiente. Dove è finito il sangue blù?
Ecco il DNA influisce solo sulle caratteristiche fisiche, sulla ereditarietà del colore dei capelli, sulla familiarità con le malattie ecc…., al contrario sul comportamento, sulla personalità, sul modo di fare e di agire, sul modo di rapportarsi con gli altri c’entra solo ed esclusivamente l’ambiente, l’educazione che ne discende, le figure che sin dalla primissima infanzia sono oggetto di imitazione.
E concludiamo con Rosseau e la sua massima: l’uomo per natura nasce buono, è la società che lo corrompe. L’agrigentino all’atto della nscita è come tutti i bambini del mondo, i problemi sorgono in seguito quando comincia a venire a contatto con l’ambiente: la famiglia, il quartiere, la scuola, la Chiesa, la strada, l’oratorio il Campo sportivo, il viale, la passeggiata, il gruppo.
Qui comincia ad assimilare e a forgiare il comportamento, il linguaggio, l’atteggiamento, in seguito i mass media faranno il resto. E’ il momento dell’emulazione, della imitazione, dell’accaparramento di più beni possibili di consumo. La famiglia pur di non farlo sfigurare con i compagnetti fa il possibile e l’impossibile. Arriva il momento in cui bisogna trovare il lavoro o come prima occupazione o per sostenere un tenore di vita superiore alle proprie possibilità. Qui cominciano le dolenti note direbbe Padre Dante. Dove trovarlo? A chi bisogna rivolgersi? Forse vi tedierò con le massime siciliane, ma questa è opportuno ricordarla. Si dice a Gangi, un paese dell’entroterra palermitano: “a Gangi sunnu tutti monaci e briganti”.
Questa vecchia massima gangitana risalente a un periodo decisamente arcaico di quella cittadina, dice chiaro e tondo che in quell’epoca per garantirsi la sopravvivenza, cioè il tozzo di pane quotidiano c’erano solo due scelte. O ritirarsi in convento e sedersi al refettorio ogni giorno garantendosi un pasto caldo per tutta la vita, oppure l’altra scelta era quella del brigante, sempre per garantirsi un pezzo di pane. Ora nella nostra società le vocazioni sono relativamente in crisi. A chi rivolgersi dunque per programmarsi una vita, una famiglia, uno status di cittadino dell’Occidente capitalista?. Istintivamente verrebbe da dire, basta andare all’Ufficio di collocamento, ma poi a ragion veduta siamo tutti d’accordo che oggi il posto di lavoro non passa più dal collocamento. E allora si comincia a chiedere agli amici, agli amici degli amici, all’impresa del tizio, e più cresce il bisogno e più non si guarda in faccia nessuno. Tutti sono i potenziali datori di lavoro, ma di fatto solo chi sgomitando, distribuendo bustarelle, imponendo la propria legge è in grado di gestire l’economia e quindi può assumere dipendenti. E’ facile oggi fare la morale e dire questo si fa e questo non si fa.
Ribadiamo che la linea di demarcazione tra la legalità e l’illegalità è così invisibile che anche il “DRITTO” finisce per sconfinare per amore dei figli, per la famiglia. Nella ricerca degli amici i primi sono i politici, poi tutti quelli che dirigono qualcosa, e per non farla lunga alla fine ci sono LORO, proprio LORO gli amici, che siano di COSA NOSTRA, COSA VOSTRA, COSA LORO poco importa. Spesso dal momento in cui detengono il potere economico danno risposte concrete ma il prezzo è chiaro, bisogna fare parte della “FAMIGLIA”. Così comincia o finisce la legalità.
Lo Stato in questo contesto dove è?.
Con questo ragionamento qualcuno potrebbe obiettare che anche Falsone e Messina sono delle vittime. In sociologia possiamo affermarlo senza ombra di dubbio. Falsone, Messina e tanti altri sono cresciuti in un certo ambiente per cui il loro destino era già segnato all’atto della nascita. La loro vita era stata scritta e segnata, bisogna attendere soltanto la fine. Falsone e Messina pagheranno per i reati commessi ma se fossero nati in un altro contesto sociale oggi sarebbero due padri di famiglia come tanti altri pieni di premure e di affetto per la moglie e per i figli e per tutto il parendado.
Allora che c’entra il DNA?
Qui c’entra molto lo Stato, i vuoti lasciati a COSA NOSTRA-VOSTRA-LORO e AFFINI. Il giorno in cui un cittadino dal più furbo al più ingenuo, sarà liberato dai bisogni della materia direbbe l’obsoleto Carlo Marx, non ci sarebbe più motivo dell’esistenza delle deviane, delle illegalità, delle prevaricazioni, delle furberie e delle tragedie.
e allora in questo contesto oggi come ci si muove?
L’Arcivescovo di Agrigento Mons. Montenegro è stato esplicito e senza mezzi termini grida ad alta voce: “commette peccato grave chi promette sapendo di non potere mantenere, perchè è molto di più di una bugia, molto di più di una menzogna, è un modo per fare leva sul bisogno altrui per ottenere benefici personali”. Continuando nelle dichiarazioni leggiamo: “essere cristiani oggi comporta rischi, come li comportava al tempo dei martiri”.
Una condanna inappellabile al malcostume che porta a chiedere favori al politico o comunque all’uomo di potere. “Alla voglia di predominare che emerge quotidianamente al supermercato, in strada, negli uffici e certe volte anche nelle Chiese e nelle Sacrestie”.
Mai fotografia così spietata è stata fatta per il nostro territorio e sui comportamenti nella Società di oggi. Se poi è un alto Prelato la notizia ci riempie di gioia. Ora nella società non ci sono più schematicamente buoni e cattivi come nei secoli passati, ora la società è formata di esseri che pressati dal bisogno vagano, brancolano nel buio in cerca di garanzie. Preoccupa l’atteggiamento spavaldo dei giovani, il modo di proporsi in famiglia, a scuola, nella società. A parte il danno materiale che queste “primule rosse” hanno provocato, preoccupa soprattutto il danno morale. Giovani dai sedici, ai venticinque, trentanni ostentano MAFIA da tutti i pori quasi a volere nascondere l’insicurezza che c’è dentro di loro. Una pistola, una gang costituita o da costituire dà forza interiore che inevitabilmente sfocerà in violenza esteriore.
Non riusciamo a quantificare il danno morale che dalle nostre parti ha prodotto la fiction televisiva “IL CAPO DEI CAPI”. Danni incalcolabili perchè per emulare il “MITO” sono stati commessi delitti atroci dalle nostre parti. Questa società ormai è improntata sui miti, sui leaders, su chi con le buone o con le cattive, tanto non c’è alcuna differenza riesce a distinguersi dagli altri e cosa più grave si pone sopra gli altri e al di sopra anche della legge. Questa società manca di cultura contro la violenza e contro chi la genera. Spesso, molto spesso abbiamo incontrato gente ai quali abbiamo visto brillare gli occhi nel parlare degli inafferrabili.
Durante le puntate della fiction su Totò Riina, mi trovai un giorno dal barbiere quando è entrato un signore sulla trentina che teneva per mano un bimbo sui cinque o sei anni. Il discorso che si fa nell’attesa del proprio turno cade o su qualche evento, su qualche notizia eclatante oppure si commenta la puntata televisiva della sera precedente. Rimasi sbalordito quando il signore trentenne rivoltosi al figlioletto con toni enfatici e imperiosi disse: “Antonio! Chi sono io?” Il bimbo rispose a tono dicendo: “Binnu! E tu Antonio chi sei? Io sono Totò u Curtu!”. Questo è avvenuto tre anni fa in un SALOON (WEST) da barba a Favara (Agrigento).
Come commentare questi atteggiamenti?
Diciamo soltanto che siamo ancora culturalmente sotto zero. Quello che preoccupa è il modo di proporsi di un trentenne nei confronti del proprio bambino. Chi toglierà dalla mente e dal cuore questo marchio impresso ad Antonio dal proprio padre, in un’età in cui il padre è il momento da imitare? Allegria gente!
Qui occorre che ognuno per la sua parte si assuma le proprie responsabilità, si faccia promotore di valori di emancipazione e di libertà. I castelli di sabbia sono conosciuti per la loro breve durata, perchè se a tutte le belle parole non segue l’azione dello Stato che dia certezze economiche e garanzia di libertà politiche il lavoro di tanti può essere distrutto in poche ore da uno SOLO.












Riflessione banale, supponente,ridontante, relativista ai limiti della deriva etica,un esercizio di puro esibizionismo di erudizione auro referenziale, non coerente con la cifra culturale della testata. Mi dispiace!
CARO PEPPE IN QUESTO CASO,LA TUA RIFLESSIONE LA RITENGO GIUSTA, AZZECCATA E CHE CONDIVIDO, PERFETTAMENTE, ANCHE PER AVERLE RISCONTRATE DI PERSONA.RITENGO CHI IN PUBBLICO, CHI IN PRIVATO,ABBIAMO IL DOVERE MORALE E CIVILE DI IMPEGNARCI TANTISSIMO PER SUPERARE QUESTI LIMITI CULTURALI,SPERANDO CHE DA DOMANI GLI ESEMPI E I CONFRONTI DI ALCUNI GENITORI POSSANO CAMBIARE RIFERIMENTO,SU PERSONE CHE HANNO SERVITO LO STATO SACRIFICANDO LA PROPRIA VITA E I PROPRI AFFETTI PER DEGLI IDEALI A CUI VALE LA PENA DI IMMOLARSI.CON STIMA!!!!
Condivisibile nel complesso la lunga e dettagliata analisi, forse anche (o soprattutto)nella parte che suscita (o dovrebbe suscitare) più allarme e preoccupazione, cioè quella che riguarda quella parte di giovani “dai sedici, ai venticinque, trent’anni, che ostentano MAFIA da tutti i pori quasi a volere nascondere l’insicurezza che c’è dentro di loro”. L’osservazione dell’arcivescovo sulla “voglia di predominare che emerge quotidianamente al supermercato, in strada, negli uffici e certe volte anche nelle Chiese e nelle Sacrestie”, non dovrebbe lasciare nessuno tranquillo, chierico o laico che sia.
La tua conclusione però, caro Peppe, suscita chiaramente non poche perplessità. Cioè, tu dici:
” I castelli di sabbia sono conosciuti per la loro breve durata, perché se a tutte le belle parole non segue l’azione dello Stato che dia certezze economiche e garanzia di libertà politiche il lavoro di tanti può essere distrutto in poche ore da uno SOLO”. In un sistema democratico – come il nostro (o no?)- ci viene da chiederci: Ma chi è lo Stato ? Come si fa ad avere uno Stato virtuoso ? A quali esperienze storiche di Stato dobbiamo guardare come a modello ? Se lo Stato devia, come fare perché uno SOLO non distrugga “in poche ore” il lavoro di tanti ?
Luca il tuo linguaggio è intimidatorio e mafioso. Parli come un destinatario a coprire il vertice della “Cupola”, al contrario Padre Acquisto entra nel merito e apre un dibattito per cominciare a parlare a Favara di legalità, di democrazia, di forma di Stato e soprattutto di educazione civica.
Complimenti per l’intervento del Prof. Peppe Alonge per la diagnosi fatta sul fenomeno mafioso insistente sul territorio agrigentino. Credo di non essere il solo ad apprezzare i suoi interventi, anche in passato, e spiace che, non so per quali ragioni, Luca (così si firma) in tre righe ha racchiuso una serie di paradigmi senza dire dove stanno le sbavature o le banalità. Saremmo felici di incontrarti in prima fila il giorno della manifestazione. Anzi se mi dai una mano, stampiamo il documento di Alonge e lo distribuiamo alla gente.
Caro Prof. Alonge,
guardando oggi la pagina, mi accorgo che i miei interrogativi sono ancora senza una tua pubblica risposta. Sarai stato impegnato e non ne avrai avuto il tempo.
Credo che renderai davvero un servizio a tutti, se, utilizzando la tua vasta e solida preparazione culturale, affronterai i problemi connessi, mettendo, se necssario, il dito sulla piaga, e risponderai con l chiarezza e franchezza di cui, in tante occasioni, hai dato ampiamente prova.