Una politica che non guarda ai giovani non crea sviluppo
Commentando il mio ultimo editoriale dal titolo “Una politica che parla, scrive, ma non ascolta”, Renata così si esprimeva: “Sottoscrivo in toto l’editoriale. Purtroppo non vivo più ad Agrigento anche a causa di un ceto politico che non ha saputo creare niente per noi giovani”.
Ho deciso di cominciare dall’esigente richiamo di Renata perché per uscire dalla condizione di sottosviluppo in cui ci troviamo non basta rivendicare quelle infrastrutture che la provincia attende da tempo, piuttosto dobbiamo chiederci quale politica può portarci fuori da una condizione che priva il nostro territorio del supporto e dell’entusiasmo delle giovani generazioni e delle migliori energie intellettuali, oramai orientate a seguire la via della migrazione.
Una politica capace di leggere la realtà e che è chiamata a cogliere la sfida della solidarietà e della cultura per meglio decifrare i linguaggi della società odierna.
Poi, una politica che si sforza di curare quei luoghi in cui potere discutere insieme rinunciando all’egoismo di imporre ad ogni costo i propri percorsi.
Inoltre, una politica attenta anche a quegli impegni di stile che sono connessi al ruolo pedagogico che deve assolvere chi è investito di pubblici incarichi. Uno stile che non alza un velo rispetto alla sostanza dei problemi.
Ecco allora la sfida: applicare un metodo che sia legato alla valutazione dei bisogni e degli interventi previsti, all’attuazione del principio di sussidiarietà, all’intenzionalità profonda di un progetto culturale da sviluppare scrivendo pagine nuove.
Una sfida che richiama al senso della responsabilità, con un’opera di sensibilizzazione che deve partire dalla classe dirigente delle autonomie locali e che si deve rapportare ad un nuovo senso del dovere.
Una sfida che presuppone una strategia condivisa che approda ad un progetto di sviluppo non per il territorio, ma del territorio.
Oggi, nelle vicende di un sistema locale conta molto l’energia messa in circolo dalle persone e dalle relazioni tra le persone. Oltre al capitale sociale, infatti, c’è un capitale personale fatto dell’energia psicologica ed emotiva che conferisce ad ogni soggetto la sua peculiare intelligenza produttiva, la sua visione dei problemi, la sua capacità di assumere e di affrontare i rischi.
Queste risorse sono in parte frutto dell’eredità storica di un territorio, di ciascuna comunità, di ciascuna famiglia e persona. Queste risorse debbono essere capitalizzate e su questo patrimonio bisogna investire per cambiare registro.
Sviluppando in forme efficienti e aggiornate le reti che sono messe a disposizione delle persone, delle comunità e dei territori, la politica può, anzi deve, contribuire in modo decisivo ad abilitare queste risorse.
Con queste credenziali chi rappresenta gli interessi della provincia deve presentarsi agli esponenti del Governo centrale e regionale, senza provare ad impietosire l’interlocutore di turno con i piagnistei e mai più con il piattino in mano.













condivido perfettamente