Lilly Mazza (Cisl): “Le politiche di genere devono passare da un deciso cambiamento culturale”
Più donne che lavorano, più donne tra i gruppi dirigenti, più donne negli organismi che assumono decisioni nel campo della politica, dell’economia, dell’università, dell’informazione, delle banche e dell’editoria. Obiettivi indiscutibilmente nobili che rispettano ogni condivisibile principio di equità, di democrazia, di giustizia e di uguaglianza di genere, ma purtroppo ancora lontani e difficili da raggiungere.
Ne parliamo con Lilly Mazza, Responsabile del Coordinamento Donne della Cisl di Agrigento, che avvia l’intervista premettendo che “nel nostro Paese le donne costituiscono la maggioranza della popolazione, le laureate rappresentano il 58% degli abitanti e in molti campi dei saperi sono in testa alle graduatorie”.
Possiamo affermare che, nonostante tutti convengano sulla necessità di realizzare presto le condizioni favorevoli, le tanto sospirate “pari opportunità” sono ancora un traguardo assai lontano?
Se prendiamo in esame, ad esempio, il settore del credito cooperativo – sottolinea Lilly Mazza – nonostante esistano nel Paese esperienze molto avanzate che garantiscono la partecipazione fattiva di almeno una donna nei consigli di amministrazione nelle banche, con una presenza del 5% del totale degli incarichi dirigenziali, tale presenza risulta di fatto ancora molto esigua. Attualmente le donne in carica nei consigli di amministrazione delle società quotate in borsa sono 175 su 2840.
Sebbene le donne italiane risultino in percentuale più istruite e laureate con voti più alti, perchè, a dispetto di tutto questo sono costantemente poco rappresentante nei gangli della vita civile, politica ed economica del Paese, senza trascurare il fatto che l’Italia è il fanalino di coda nelle classifiche che si riferiscono all’occupazione femminile?
“Se la donna lavora, con servizi sociali adeguati, entra più ricchezza in famiglia, aumenta il reddito e nascono più bambini..” Fu da questa considerazione che i governi dei paesi europei nel 2000 a Lisbona, deliberarono un piano straordinario sull’occupazione femminile, come volano per le economie nazionali. Fu deciso, allora, che l’obiettivo da raggiungere -nel 2010 era la quota del 60% di donne impiegate. A distanza di dieci anni siamo ancora ben lontani dagli obiettivi di Lisbona. In Italia oggi lavora solo il 46% delle donne: sette milioni in età lavorativa sono fuori dal mercato del lavoro. Mentre al sud il tasso di occupazione femminile è crollato al 35%. Nel resto del pianeta la situazione è opposta: negli Usa tre disoccupati su quattro sono uomini. Nei prossimi mesi oltre la metà delle forza lavoro sarà composta da donne in America, come sottolinea l’Economist.
E da noi, dall’altra parte dell’oceano?
I dati evidenziano che in Italia siamo di fronte a risorse umane e professionali tuttora sotto e male utilizzate, quando esse rappresentano, invece, uno dei pochi elementi aggiuntivi su cui il mercato del lavoro potrebbe contare per incrementare l’occupazione e favorire, così, ripresa e sviluppo. Recuperare terreno, nonostante la crisi, non è impossibile. La politica dovrà creare le condizioni favorevoli per accelerare il cambiamento all’interno delle realtà di lavoro.. Certamente non possiamo occultare il rilevante dislivello tra carriera maschile e quella femminile. Le donne della provincia di Agrigento come tutte quelle del meridione sono costrette a confrontarsi con una cultura organizzativa improntata sul modello maschile. Al meccanismo della cooptazione, agli orari di lavoro, alla totale assenza di politiche per la famiglia, si aggiungono i notevoli problemi legati alla difficile conciliazione tra lavoro e famiglia. E’ ovvio che le suddette constatazioni suscitino significative deduzioni sull’attuale condizione delle donne nell’agrigentino e in generale, che quando hanno la fortuna di lavorare devono cercare con grande difficoltà di conciliare la crescita professionale con i tempi delle attività familiari.
In tale difficile contesto, nel territorio di Agrigento si registrala la crescita di imprese individuali e di società a conduzione femminile. Risultano infatti 1367 società di persone, 8879 imprese individuali, 494 cooperative. Siamo sulla buona strada?
Per una concreta e reale, riduzione del “gender gap” , noi del Coordinamento Donne della Cisl, sosteniamo che le politiche di genere devono essere promosse attraverso un deciso cambiamento culturale che oltre le Organizzazioni Sindacali, coinvolga tutte le agenzie e gli enti presenti nel territorio, che parta da una mera consapevolezza politica di considerare l’occupazione femminile un passo necessario per lo sviluppo di tutta economia.
Come supportare concretamente questo disegno, che appare non poco ambizioso?
In considerazione del fatto che le donne sono una vera risorsa, un capitale umano, un’opportunità per il rilancio del Paese, attraverso un monitoraggio dell’incidenza al femminile nei processi di ristrutturazione/riorganizzazione si mira ad ottenere una semplificazione degli incentivi tra cui quelli fiscali, per favorire l’occupazione femminile, ai servizi alla famiglia e alle persone con maggiore attenzione per le donne over 50, alla conciliazione e all’occupazione femminile, alla contrattazione di secondo livello e all’apertura di tavoli di concertazione per il raggiungimento di obiettivi utili all’intera comunità.












