San Calò’ e la sua gente
Giuseppe Alonge
Per quelli come noi della terza età, con l’ultima festa di San Calò, si compie un miracolo o meglio si svela un mistero.
Eravamo adolescenti, quando finito l’anno scolastico, ci trasferivamo tutti in campagna, ad aiutare nostro padre nei lavori dei campi.
Dopo la mietitura e la trebbiatura con la millenaria aia su terra battuta e con i muli che giravano fino a quando i covoni non diventavano paglia e sotto di esse si depositava il grano.
Ricordo che i nostri anziani (Nonno e Papà) per stimolarci a lavorare ci promettevano un bel gelato “ Pi San Calò “ cioè nella ricorrenza della festa di San Calogero.
Ed ecco che la prima domenica di Agosto ci si avviava a fare visita a San Calò protettore dalle ernie di ogni tipo e qualche volta a chiederne la guarigione.
Davanti a un Santo nero, a noi bambini,sorgeva spontanea la domanda: ma perché è di questo colore? La risposta era semplice e senza spiegazione: è arrivato dall’Africa.
Eppure, soprattutto per il colore, nè i piccoli né i grandi mostravano meraviglia nè tanto meno razzismo.
Era un Santo a cui si chiedeva il miracolo e la protezione durante la dura fatica del lavoro dei campi.
Ci avvicinavamo con disinvoltura a porgere l’offerta e a baciarlo.
Forse in questo predecessore c’è il non razzismo degli agrigentini.
Infine nella prima domenica di Agosto del 2010 il Santo Nero è stato trasportato in giro per la città di Favara dalla gente del suo stesso gruppo etnico.
Si completa così un opera d’arte; forse si compie l’ultimo miracolo quello di fondere diverse etnie in nome di un Santo venuto dall’Africa, che in tempi non sospetti aveva abolito il razzismo.












