Disoccupazione e precarietà in Sicilia, ma una via d’uscita c’è

di Cecilia Gaetani

Lavoratori_foto anticaIl lavoro continua ad essere un serio problema per i giovani siciliani che assieme alle loro famiglie affrontano maggiori difficoltà rispetto ai coetanei di altre regioni d’Italia. Secondo quanto attesta l’Istat, infatti, in Sicilia i ragazzi appartenenti alla fascia d’età compresa tra i 15 e i 24 anni rappresentano un tasso di disoccupazione del 39,3% (cioè 10 punti in più rispetto al resto del Paese), che aumenta fino al 46,6% considerando la sola popolazione femminile.

 

Tra i 15 e i 35 anni, invece, risulta occupata solo il 34% della forza lavoro, su un campione di riferimento di ben 1.340 mila unità. Risultano più bassi rispetto alla media nazionale, inoltre, i livelli di istruzione: tra i 18 e i 24 anni il 26% dei giovani siciliani abbandona gli studi prematuramente (mentre il dato italiano è del 19%).

 

Uno stato d’emergenza denunciato più volte dalla CGIL che oltre a far presente il problema cerca anche di proporre nuove soluzioni. Una di queste, secondo quanto sostenuto dai vertici del sindacato, potrebbe essere la creazione di un’agenzia regionale, con diramazioni provinciali, per l’orientamento scolastico e professionale.

 

L’obiettivo è quello di formare figure che trovino riscontro nel mercato del lavoro creando professionalità che possano contribuire allo sviluppo del proprio territorio.

E’ proprio lo sviluppo infatti ad essere uno dei problemi principali in un contesto economico sociale in difficoltà come quello siciliano, che conta il 27,6 % di persone in condizioni di vita considerate al di sotto della soglia di povertà.

 

Altre proposte della CGIL riguardano la creazione di un fondo locale per garantire prestiti che aiutino i giovani nella fase di uscita dalla famiglia di origine; tariffe di trasporto pubblico ridotte per gli studenti; un piano casa che preveda la destinazione di una quota di alloggi agli under 35 e l’estensione degli ammortizzatori sociali alle fasce finora escluse.

 

La Sicilia dunque, come detto, deve fare i conti con tassi di disoccupazione altissimi a cui va aggiunto il popolo dei precari, diventato ormai un esercito. Fra co.co.pro, lavoro interinale, parasubordinato e sommerso, infatti, è tanta anzi tantissima la gente che lavora a orologeria o in nero, senza uno straccio di contratto.

 

In Italia significa un lavoratore su tre: architetti che non faranno mai la professione, maestre che non ricordano più in quante scuole abbiano insegnato negli ultimi mesi e commesse che cambiano negozio in continuazione.

Agli instabili vanno aggiunti gli 850 mila parasubordinati, a rischio continuo di stop, e 4 milioni di lavoratori in nero, in continuo aumento da Nord a Sud. Un numero enorme di sfruttati, quindi, costretti ad accettare la triste legge dei contratti a tempo o del salario fuori busta.

 

Del resto spesso i datori di lavoro, soprattutto in questo periodo di crisi generale, si trovano in difficoltà e non riescono a far fronte alle spese legate alle assunzioni.

 

E’ anche, vero, però, che pochi sono al Sud i giovani che tentano di intraprendere la via del lavoro autonomo. Una possibilità, questa, che spesso viene scartata immediatamente in favore di un’ipotesi allettante come quella del famoso “posto fisso” che offusca ogni voglia di solerzia. E così le tante opportunità offerte dai vari organismi che si occupano d’impresa vengono prese sottogamba. Una via d’uscita che, invece, potrebbe riservare sorprese vincenti e molto piacevoli.

 

Cecilia Gaetani

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