Autonomia di avvocati e magistrati presidio per le libertà individuali
di Roberto Gambino
Viviamo tempi in cui la questione del c.d. “conflitto d’interesse” ha assunto dimensioni smisurate e sembra inquinare la vita e i comportamenti dei più. La posizione dell’attuale Presidente del Consiglio è emblematica e arcinota.
La massima carica di governo del Paese persevera nel mantenere la titolarità di importanti attività imprenditoriali – con connessi fini di lucro personale e delle proprie aziende – ed, al tempo, svolge l’Ufficio di massima tutela degli interessi dei cittadini, che dovrebbe essere ed apparire quanto di più lontano possibile dall’interesse del singolo. Tale discutibile situazione sembra tuttavia propagarsi a tutte le categorie sociali, non ultima la classe forense.
Deve premettersi come l’indipendenza dell’avvocato costituisca condizione imprescindibile affinché egli possa svolgere la sua funzione in coerenza con i compiti ad esso affidati dalla costituzione e dall’ordinamento comunitario. Tale funzione, come sancito dal Codice di deontologia degli avvocati europei del 1988 e riaffermato dall’art. 7 del Codice deontologico forense italiano, deve infatti essere quella di “salvaguardia dei diritti dell’Uomo nei confronti dello Stato e degli altri poteri”.
Per assolvere a tale compito l’avvocato deve dunque porsi, rispetto a tali poteri, in posizione di assoluta indipendenza ed autonomia, libero da pesi e condizionamenti. L’ordinamento giuridico deve dal canto suo garantire effettività a tale principio assicurando che la professione forense venga esercitata in piena ed assoluta libertà.
Negli ultimi tempi, non tutta la categoria si è resa portatrice di tali valori e non tutte le norme di recente introduzione hanno difeso tale principio. Sempre più frequenti sono infatti i casi di pericolosa sovrapposizione tra ruoli politici, istituzionali e professionali (noti i casi di avvocati chiamati a svolgere ruoli importantissimi nell’elaborazione di norme di legge aventi effetti di oggettivo favore ai dei propri assistiti, di cui mantengono pubblicamente il patrocinio). Ciò ha creato e crea disuguaglianze tra cittadini e sfiducia nella giustizia.
Altrettanto deprecabile il malcostume sempre più diffuso tra le toghe di frequentare le anticamere del potere. In questo quadro, del tutto inopinata si è rivelata la riforma che ha abrogato le tariffe minime che, minando in radice l’autonomia dell’avvocato, lo hanno assoggettato alla economia di mercato certamente alimentando le condotte sopra ricordate. Ma la difesa di un diritto non è attività equiparabile alla vendita di un auto.
Non deve poi trascurarsi come l’indipendenza dell’avvocato sia imprescindibile quanto l’indipendenza ed autonomia della magistratura giacché entrambe le categorie concorrono all’attuazione del principio costituzionale del giusto processo, alla base di una tutela effettiva dei diritti fondamentali dei cittadini. Affermare e difendere l’indipendenza della magistratura significa dunque tutelare e rendere effettiva anche l’indipendenza dell’avvocatura.
Chi propone politiche di segno contrario lo fa nel proprio esclusivo e personale tornaconto mettendo a rischio la libertà e l’indipendenza di tutti.
Avv. Roberto Gambino












