Favara – Il silenzio si fa strada

di (vedi sotto)

A0EA

Pino Sciumè

Tra gli innumerevoli articoli, prese di posizione, solenni dichiarazioni più o meno altolocate, di cui non voglio entrare nel merito, sulla tragedia abbattutasi a Favara colpendo pesantemente la famiglia Bellavia con la morte delle piccole Marianna e Chiara Pia, credo che i concetti fondamentali siano stati essenzialmente due.

Da una parte l’assunzione di responsabilità concreta ed esemplare dell’Arcivescovo Montenegro accompagnata dalla toccante omelia dell’Arciprete Don Mimmo Zambito, e dall’altra, finalmente, un lucido e coraggioso intervento del direttore Franco Pullara, pubblicato sul sito Perlacittà.it il 4 scorso dal titolo “Favara, qui c’è il terremoto”.

A mio modo di vedere entrambi vanno nella stessa direzione, pur partendo da strade diverse, e hanno dato l’esatta percezione che quanto accaduto, al di là degli imprevedibili accadimenti naturali che certamente non rientrano nel nostro caso, ha radici temporali profonde e responsabilità sociali che investono tutta quanta la popolazione meridionale e siciliana in particolare.

Le parole di Don Franco “Chiedo anche al Signore che non arrivi mai il momento di dovermi rifiutare di celebrare funerali ‘previsti’ o ‘preannunciati’, perché quel giorno, se mai dovesse arrivare, il mio posto – da agrigentino – sarà tra la nostra gente a pregare…” pronunciate molto prima di questa tragedia e seguite coerentemente dal suo “eloquente silenzio” non sono state affatto un’offesa alle due bare bianche doverosamente onorate nella Chiesa Madre di Favara. Né tantomeno il solito richiamo alle cosiddette autorità competenti.

In fondo gli sarebbe bastata la solita arringa gridata in mitra e bastone pastorale per scatenare il solito sdegno tra la solita gente che avrebbe reagito alla solita maniera. Con buona pace della governance tanto di lì a poco un’altra disgrazia avrebbe coperto quel nefasto  ventitre gennaio. Montenegro ha semplicemente evidenziato la sconfitta sociale e direi anche storica di questa terra. Maledettamente bella e affascinante, ma così tanto da suscitare esclusivamente il solo perverso desiderio di possederla, sfruttarla, violentarla, deturparla, allo scopo di togliere, togliere e togliere per portare altrove, oltre lo stretto, financo il respiro e il sangue o come scriveva Buttitta parlando dei pirati arrivati a Palermo “n’arrubbaru lu suli, lu suli…”

Franco Pullara ha stigmatizzato   il vero problema che sta a monte, al di sopra di qualsiasi avvenimento passato e futuro. Credo sia un grande dovere civico affrontarlo con il dovuto confronto al contempo sereno e deciso, senza sconti o ribassi, diversamente una volta e per tutte smettiamola di girare attorno ai problemi e, come ha detto don Mimmo Zambito, che Dio abbia pietà di noi.

Dopo aver ripetuto per ben due volte che quella di Favara non è stata una calamità naturale, Franco scrive testualmente che la tragedia consumatasi “ha la forma della calamità naturale e il contenuto della disamministrazione di un territorio, dall’Unità d’Italia a oggi”. E parlando in particolare dei favaresi, ma sarebbe lo stesso per gli abitanti di Castrofilippo o di Giampilieri, continua “il lavoro garantito dalla Costituzione, ai favaresi lo ha garantito la Germania, la Francia, il Belgio, gli Stati Uniti…”

Se è vero, com’è vero che l’Unità di una Nazione è in sé stessa un valore, è altrettanto vero che chi ha governato questa Nazione nei suoi primi 150 anni, ha fatto nascere quella che ancora oggi viene definita la questione meridionale.

Chissà, forse i Borboni avranno lasciato un testamento all’allora re di Sardegna! Ma su questo argomento ritorneremo in altra sede. L’autocommiserazione non risolve i nostri problemi, semmai alleggerisce  il compito a coloro che da noi stessi sono stati preposti alla gestione della cosa pubblica, come dire gli facilitiamo il compito, concediamo altro tempo, ma il tempo oramai è tanto, un secolo e mezzo… Le case abbattute in questi giorni a Favara gridano vendetta, prima che ad altri, agli stessi suoi abitanti che le hanno viste giorno dopo giorno abbandonate al loro destino. Tutti abbiamo sempre saputo.

Qualcuno dirà che l’Ufficio Tecnico lo sapeva da decenni, ma noi popolo quando mettevamo la croce sulla scheda elettorale a cosa pensavamo? Che dovevamo eleggere un consigliere che assieme ad altri doveva eleggere un sindaco che ci doveva rendere conto non del bene comune, tra cui il funzionamento degli uffici comunali, viabilità, sicurezza, servizi, acqua, rifiuti, no! no! dovevano mantenere le promesse, i miracoli illustrati nelle varie campagne elettorali. “Il valore di una città è il risultato del valore dei suoi cittadini” Anni fa un vecchio sindacalista mi disse che votare per partito preso può diventare una forma di suicidio collettivo.

Le scadenze elettorali in un paese democratico assumono importanza se possiedono i connotati della verifica e della libertà personale di ciascuno: dire si a chi ha operato bene e no a chi non l’ha fatto. Un esempio ci viene dagli Stati Uniti dove ogni quattro anni si spostano milioni di voti perché “il presidente” ha sbagliato anche di una sola virgola. Certo a nessuno viene in mente che gli americani sono dei voltagabbana! Favara, appropriandoci di un pensiero del nostro Arcivescovo, non merita la mediocrità, a tutti i livelli. Sono stati stanziati 500 mila euro per l’abbattimento delle abitazioni fatiscenti e pericolose per l’incolumità nostra. Ma dopo, che succederà? Il sipario mediatico ormai si è chiuso, rischiamo di cadere dalla padella alla brace dello smembramento e della scomparsa fisica di gran parte del centro maledettamente “storico” una parola divenuta ormai la password che ha assunto le sembianze di Attila, dove passava lui non doveva ricrescere neanche l’erba.   Padre Eligio Gelmini, il fondatore della Comunità Mondo X,  nel corso di un colloquio privato, riferendosi al disagio sociale, scadenzò questo acutissimo pensiero: “…vedi, Dio ci ha dato due grandi cose, una bella: la vita; e una brutta: la libertà”. Perché la libertà diventa brutta quando non la si usa per la collettività. L’unico modo per onorare la memoria di Marianna e Chiara Pia è di cominciare a guardare in alto, a pensare che il bene comune è il vero traguardo a cui tutti, dai cittadini ai governanti, alla Chiesa, alle Istituzioni, dobbiamo tendere se vogliamo dare un futuro alle nuove generazioni.

Per intanto suggerirei di porci una domanda, tanto per restare tra noi: conosciamo lo Statuto Siciliano, come e perché è nato? Perché non lo si attua, colpa nostra o abuso di altri? Il 15 maggio di quest’anno compirà 64 anni. Ne riparleremo.

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