L’Università di Palermo “si fa la Tac” e avvia il piano di risanamento

di (vedi sotto)

di Federica Sciacca
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L’Univesità di Palermo tira le somme. E dopo avere analizzato oltre 30 mila posizioni contabili, si registra un debito di trenta milioni. Eppure questo sembra essere il primo passo verso la messa in sesto dei conti, un’operazione di trasparenza per avviare il riconoscimento del pagamento delle somme dovute e spingere su un piano di rientro. Blocco transitorio del turn over, controllo rigoroso della spesa con gare uniche per tutti i servizi finora appaltati da molteplici centri di spesa, rimodulazione delle tasse universitarie, vendita degli immobili, collaborazione della Regione per sostenere attività di ricerca: sono questi, infatti, alcuni dei punti cruciali del risanamento, individuati dal rettore e già in gran parte avviati.

Così, all’indomani dell’esame condotto dalla Price Waterhouse e dagli uffici dell’Ateneo sui debiti pregressi dell’Università di Palermo, il rettore Lagalla dichiara: “Abbiamo fatto la Tac all’Ateneo e siamo molto soddisfatti perché i risultati ci rassicurano su più fronti. Seppure io guidi l’Università da solo un anno, mi fa piacere affermare che a seguito di questa verifica risulta che l’Università ha agito in modo sano rispetto a ipotetiche malversazioni di ogni genere, seppur nell’incongruenza di alcune procedure che hanno oggettivamente causato un danno. Il debito è contenuto in una cifra che siamo in grado di affrontare e che resta al di sotto della soglia di default immaginata dal ministero per l’ipotesi di commissariamenti. Per alcuni anni e anche a seguito dell’inevitabile lievitazione di specifiche voci di bilancio, abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità e oggi è assolutamente indispensabile una politica di contenimento dei costi e di incremento delle entrate che abbiamo condotto già dal nostro insediamento”.

Dagli accertamenti sulle procedure amministrative, come si legge nella nota ufficiale dell’Università, non si riscontrerebbero anomalie sugli incassi e sui pagamenti per competenza e per residui, negli esercizi finanziari 2008 e 2009. Diverso invece, il caso dell’esame sui conti degli anni 2007 e 2008, dove è stata riscontrata in alcuni casi l’esistenza di difformità rispetto alle corrette procedure amministrative delle fasi di entrata e di spesa.

Ma, aggiunge Giampaolo Di Lorenzo, socio responsabile della sede di Palermo di Price Waterhouse: “Non c’è nessuna altra Università pubblica che si è sottoposta a una verifica esterna e che abbia avuto il coraggio di guardarsi dentro in modo così analitico. Bisogna anche dire che l’Università ha avuto e ha un grosso problema: quello di doversi comportare da azienda con strumenti vetusti come la contabilità finanziaria”. E conclude: “Mi auguro che la riforma Gelmini preveda per gli Atenei strumenti più moderni e affidabili”. Infine, come ha spiegato il direttore amministrativo Antonio Valenti, “concluso l’esame dei revisori dei conti, gli uffici adesso passeranno al vaglio ogni debito, dopo avere accertato che la spesa era utile e abbia costituito un arricchimento per l’amministrazione, secondo il regolamento sui debiti fuori bilancio approvato dal Cda il 29 settembre scorso”.

Federica Sciacca

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